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Rassegna stampa

NOBEL A MUHAMMAD YUNUS
Dai più poveri villaggi bengalesi la tranquilla rivoluzione di Yunus

Era il 1974, l’anno della grande carestia in Bangladesh. Il villaggio di Jobra si trovava, e si trova tuttora, vicino all’università di Chittagong. Il campus infatti era collocato fuori dal centro urbano, per evitare - così aveva deciso il dittatore pakistano Ayub Khan quando fu costruito - che gli studenti turbassero la popolazione con le loro agitazioni. Era lì che il professor Muhammad Yunus, brillante docente con dottorato e primi incarichi negli Stati Uniti, insegnava economia.
Yunus, all’epoca poco più che trentenne, si trovò direttamente a contatto con le condizioni dei più poveri dei villaggi bengalesi.
«Provavo una sorta di ebbrezza - racconta in quella specie di autobiografia che è "Il banchiere dei poveri" a cura di Alan Jolis - quando spiegavo ai miei studenti che le teorie economiche erano in grado di fornire risposte a problemi economici di ogni tipo. Ma a cosa servivano se la gente moriva di fame sotto i portici e lungo i marciapiedi?».
Il giorno più importante della vita di Yunus prima di ieri, quando gli è stato assegnato il Premio Nobel per la pace, fu appunto nel 1974. In una delle prime visite nel villaggio di Jobra, vide, accovacciata a terra sulla veranda di una casa diroccata, una donna che fabbricava uno sgabello di bambù. «Non c’è nessuno in casa» disse la donna, che si chiamava Sufia. Intendeva dire che non c’erano uomini. Ciò nonostante Yunus le fece alcune domande e scoprì che il bambù che usava per lavorare lo acquistava a debito dal rivenditore locale per l’equivalente di 22 centesimi di dollaro. Alla fine della giornata gli rivendeva gli sgabelli, così ripagava il debito e quello che rimaneva era il suo profitto. «Cinque paisa» cioè 2 centesimi di dollaro. «Nei miei corsi universitari - racconta ancora Yunus - ragionavo in termini di miliardi ma lì la vita e la morte si giocavano sui centesimi».
Yunus respinse la tentazione di dare a Sufia del denaro. Si chiese invece se il lavoro di Sufia e quello delle centinaia di migliaia di microimprenditori che cominciò a vedere quasi ovunque non potesse essere considerato degno di avere servizi finanziari come le grandi imprese dei paesi ricchi. «I poveri non erano tali per stupidità o per pigrizia ma perché le strutture finanziarie del nostro paese non erano disposte ad aiutarli ad allargare la loro base economica». Con questa intuizione, Yunus avviò quella che l’economista britannico Malcolm Harper ha definito «una rivoluzione tranquilla nel mondo della finanza, sul piano dello sviluppo umano probabilmente il maggior cambiamento degli ultimi cinquant’anni». È stato chiamato microcredito, ma oggi sempre più si definisce microfinanza perché, appunto, si parla di un complesso di servizi finanziari, compresa una sorprendente raccolta del risparmio dei poveri, e non solo di prestiti. La Grameen Bank di Yunus in trent’anni ha prestato oltre cinque miliardi di dollari a sei milioni di persone, per il 96% donne. E i crediti non ripagati sono stati sempre sotto il 10% e spesso sotto il 5% del totale.
Nel febbraio 1997 la microfinanza raggiunge la notorietà. A Washington è l’allora first lady Hillary Clinton ad inaugurare il summit mondiale del microcredito. Yunus e gli altri pionieri escono dall’anonimato. Oggi nel mondo si contano oltre 3.000 programmi e istituzioni di microcredito, con più di 66 milioni di destinatari di microprestiti sotto la soglia di povertà, in gran parte donne. Istituzioni internazionali, agenzie di cooperazione, perfino alcune banche «tradizionali» cominciano ad essere coinvolte. Nell’aprile 2000 Yunus è stato a Trento, invitato da Unimondo, Mandacarù e Cooperazione trentina. Ha raccontato la sua esperienza e qualcuno si è accorto che non è poi così lontana da quella di Friedrich Raiffeisen o di don Lorenzo Guetti. Solo che le microimprese che avrebbero bisogno di credito nel mondo sono, secondo calcoli di un’agenzia Onu (l’Unctad), oltre 500 milioni. E le famiglie escluse dal circuito finanziario nel nostro Paese, afferma la Banca d’Italia, raggiungono i 3 milioni. C’è ancora molto lavoro per Yunus e gli altri «banchieri dei poveri».

Francesco Terreri

Segreteria Comitato ROMA
tel.+39.06.79350412

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