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SOLIDARIETÀ E FINANZA
Africa, banche e aziende «investono» nel Sahel

Gli interventi vanno dalla formazione alla produzione alimentare Rotunno: «È una sfida enorme, ma il Pil del Continente sta crescendo e si possono ottenere grandi risultati»

Al via tredici progetti promossi da Cor Unum.
Ciad, Mali, Senegal, Gambia e Burkina Faso beneficeranno degli aiuti Previsto un efficace ritorno di immagine per tutte le aziende coinvolte anche e imprese per la cooperazione nel Sahel. Un impegno umanitario di grande valore nella regione più povera del mondo, ma con un ritorno di immagine efficacissimo per l’azienda benefattrice, oggi che concetti come etica di impresa e bilancio sociale si fanno spazio nei consigli di amministrazione.
Il Comitato di collegamento dei cattolici per una civiltà dell’amore lancia una nuova campagna di aiuto per l’Africa subsahariana: tredici microprogetti di sviluppo, costo 630 milioni, che vanno dalla formazione professionale femminile alla zootecnia, dalla scolarizzazione al credito, dal rimboschimento alla produzione alimentare. E l’obiettivo è coinvolgere di nuovo, come già in passato, il mondo imprenditoriale e creditizio. Sull’efficacia, e la trasparenza dei programmi c’è la più alta garanzia possibile: quella della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel, “braccio operativo” per l’Africa del Pontificio Consiglio Cor Unum.
A presentare la nuova sfida dei tredici progetti ieri c’erano, tra gli altri, il segretario generale del Pontificio consiglio, monsignor Karel Kasteel, e il segretario del Comitato di collegamento, l’ingegnere Giuseppe Rotunno. E un testimonial singolare, a proposito di cooperazione allo sviluppo, quale può essere il direttore generale di un istituto di credito, Gianfranco Verzaro di Artigiancassa.
I Paesi che attendono di beneficiare dei progetti sono Ciad, Mali, Senegal, Gambia e Burkina Faso. «È una delle aree più dimenticate e più povere del pianeta – spiega Giuseppe Rotunno – là dove nascono le carovane di disperati che arrivano in Libia per tentare di emigrare in Europa. È una sfida grandissima che proponiamo alle aziende e alle banche. Abbiamo già realizzato microprogetti, ora serve un salto di qualità. Anni fa voci autorevoli affermavano che l’Africa era irrecuperabile. Oggi sappiamo che il suo Pil sta crescendo. Aziende italiane con investimenti minimi possono realizzare grandi risultati. Come ha già fatto Artigiancassa in Costa d’Avorio».
Gianfranco Verzaro conferma. Racconta della collaborazione nata nel 2003 col Comitato di collegamento per una scuola di sartoria per trenta ragazze tolte dalla strada in Burkina Faso. «Da sempre – dice – trattiamo con gli artigiani che ci chiedono credito per rinnovare gli impianti. Macchinari di sartoria obsoleti per l’Italia erano ottimi laggiù. E artigiani pensionati che avevano voglia di insegnare sono stati maestri preziosi». Il direttore di Artigiancassa sottolinea però il fortissimo ritorno per le aziende che sostengono questi progetti: «Delle banche si parla sempre male, ma questo progetto ci ha dato un’immagine che nessuna campagna di spot televisivi avrebbe potuto». Una banca che fa queste cose, è il messaggio che arriva alla clientela, «è seria, eticamente sana, ci si può fidare. E il nostro personale ha trovato motivazioni e forte spirito di appartenenza all’azienda. Come l’operaio che lavora alla Ferrari e di sé non dice “faccio il meccanico”, ma “lavoro alla Ferrari”».
Tutto nasce dalla lungimiranza di Papa Wojtyla, racconta monsignor Kasteel, che all’inizio del suo pontificato comincia a visitare i Paesi dell’Africa subsahariana, dove sopravvivono 120 milioni di persone. «Giovanni Paolo II decise di realizzare una fondazione papale, una novità allora per la legislazione vaticana». E scelse la regione del Sahel, aggredita dalla desertificazione: «Ai tempi dei romani il Sahara si attraversava a cavallo – dice Kasteel –, nel Medioevo serviva il dromedario, oggi l’estensione continua ed è all’origine di tante tensioni in Africa».

Luca Liverani - Avvenire del 15/12/07